Ecco I punti di vista di alcuni poeti provenzali riguardo il tema amoroso.

Numerosi furono i modi di interpretare l’amore nel periodo medievale, e altrettanto numerosi furono i poeti che scrissero a riguardo. Anche all’interno di un gruppo di poeti con idee ricollegabili fra di loro si trovano punti di vista assai diversi. Basti confrontare una poesia di Dante e Cavalcanti; nonostante appartenessero entrambi alla corrente poetica del Dolce Stil Novo, chiamato così da Dante nella “Commedia”, i due poeti avevano punti di vista piuttosto diversi riguardo il tema amoroso.

Nel Medioevo l’amore era concepito soprattutto come un amore platonico. La lirica provenzale, difatti, si incentrava principalmente sull’amore di un poeta per la moglie di un signore feudale, donna che era quindi irraggiungibile in termini pratici. E’ proprio a causa dell’inaccettabilità sociale di questo amore che il poeta è costretto a usare uno pseudonimo per la donna, detto “segnal”. Tuttavia l’irraggiungibilità di questa figura femminile non attenua l’amore del poeta, anzi, ne accresce i sentimenti; la sofferenza del poeta causata da questa inarrivabilità lo costringe a pensare in continuazione alla donna, e questo a sua volta aumenta il suo desiderio per lei. La lirica provenzale si concretizza dunque come unica maniera che il poeta ha a sua disposizione per sfogare i propri sentimenti amorosi.

Ci furono anche altre interpretazioni dell’amore in questo periodo, quale quella fornita dal poeta Cecco Angiolieri, seppure in minor quantità. L’interpretazione fornita da Angiolieri sull’amore è agli antipodi di quella provenzale. In un suo sonetto egli raffigura la donna come poco più di un oggetto, ponendola in un elenco accanto al bere e al gioco: “Tre cose solamente m’enno in grado, […] cioè la donna, la taverna e ‘l dado”. Viene concepita come un mezzo che ha per scopo il solo piacere, è del tutto assente la dimensione platonica e sentimentale dell’amore. Il poeta non soffre perché è lontano dalla sua amata, ma perché non viene appagato il suo desiderio fisico (e non spirituale) dell’amore: “tutto mi sbrado, ch’i’ perdo per moneta ‘l mie disire”.

Interpretazioni diverse vengono date dai poeti appartenenti alla corrente del “Dolce Stil Novo”, i cui maggiori esponenti sono Guinizzelli, Cavalcanti e Dante.

A parere di Guinizzelli, la donna è un essere paragonabile a un angelo proveniente dal regno di Dio, che dona la salvezza (intesa come salvezza spirituale) dando il suo saluto. Non è una donna nobile di sangue, rinchiusa in una corte irraggiungibile, ma è una donna nobile d’animo che può essere incontrata per strada. Nella canzone “Al cor gentil rempaira sempre amore” Guinizzelli afferma che l’amore è una caratteristica esclusiva dei cuori gentili; afferma infatti che la natura crea un cuore gentile e che la donna gli dona poi l’amore, lo fa innamorare: “lo cor ch’è fatto da natura asletto, pur, gentile, donna […] lo ‘nnamora.” Afferma che la nobiltà non può essere ereditata, ma è un’esclusiva nobiltà d’animo. Come l’acqua viene attraversata dai raggi del sole e questo non perde calore, l’amore della donna lascerà immutato un cuore vile, non lo renderà nobile.

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