Durante il meeting della grande Ditta incontro finalmente Alice.

Mentre prendeva la parola l’anziano ingegner Mitridiate ed illustrava I grandi benefici sociali apportati dal progetto di riproduzione aziendale, notai all’estrema destra della sala, seduta vicino ai relatori, una donna che stava stenografando tutto quanto veniva riferito. Mitridiate stava ribadendo il concetto che, per i dipendenti nati e cresciuti in Ditta,sarebbe stato difficile, se non impossibile, adattarsi alle condizioni di vita stressanti e disordinate del mondo esterno. Per me tuttavia quelle parole restarono vuote, prive di senso, perché continuavo a fissare quella donna, che mi appariva stranamente familiare. Prima ancora di riconoscerla, sentii come un battito d’ali all’interno del  petto, il respiro si arresto’ per un attimo, non era possibile; guardai meglio e mi resi definitivamente conto che era proprio lei: Alice. La ragazzina bionda che avevo conosciuto tanti anni prima era divenuta una splendida donna, una rosa completamente fiorita nel pieno della maturita’. Era in un momento magico. Chissa’ per quanto ancora il tempo ce l’avrebbe potuta lasciare in quello stato di grazia. Stenografava assorta ed attenta con la faccia seria ma serena. Dai suoi occhi era sparita quell’espressione preoccupata ed impaurita che ricordavo negli ultimi tempi del nostro rapporto. Sedeva composta con la sua meravigliosa carnagione color miele, le gambe accavallate, perfette, abbronzate e ben tornite, la figura ancora snella con I fianchi larghi, la vita stretta ed il seno ben disegnato. Indossava come un tempo un vestitino bianco che modellava perfettamente la sua elegante figura. Provai delle emozioni del tutto nuove e diverse da quelle che avevo provato in realta’ virtuale, delle emozioni piu’ violente che si esprimevano anche fisicamente: la gola mi si serrava e la salivazione diminuiva. Ricordai gli ultimi momenti passati assieme e ne provai rimorso: sedevamo l’uno vicino all’altra sul nostro divano, ma non riuscivamo piu’ a scambiarci una parola. Lei era sopraffatta da sensazioni strane, paure ataviche e protoemozioni che era incapace di trasformare in pensieri intelleggibili. Io invece di cercare di capirla e di rassicurarla la colpevolizzavo delle sue stesse emozioni ed insistevo perche’ parlasse, finche’ perdevo la pazienza e me ne andavo. Lei piangeva sola, non riuscendo a trasformare cio’ che provava in parole. Non riuscendo a dare un significato al suo dolore. Inconsciamente voleva avere un figlio, ma capiva che la cosa era cosi’ assurda ed impossibile da essere proposta, che non poteva essere solo questo a procurarle un tale stato. A forza di dover pensare idee impensabili, si ammalo’ veramente di quello che io chiamai esaurimento nervoso. Viveva in uno stato di gran confusione, aveva perso il senso dell’orientamento tanto che non riusciva nemmeno piu’ a trovare da sola la strada per andare in ufficio, temeva di non essere piu’ capace ad arrangiarsi nei piccoli lavori di tutti I giorni, temeva di non riuscire piu’ ad aver cura della sua persona e giaceva per ore demotivata e silenziosa sul divano del soggiorno. Finche’ un giorno dimagrita, con gli occhi pieni di paura ma non di odio, trovo’ la forza di andarsene chissa’  dove. Ora era riapparsa come un fantasma, ed io mi rendevo finalmente conto di quanto era stata povera la mia vita sentimentale se avevo potuto non pensare a lei, se non di tanto in tanto, per tutti quelli anni. Forse era stata solamente una forma di difesa anche da parte mia: il contatto con le sue paure, con le sue emozioni forti e  primitive avevano spaventato e fatto soffrire anche me. E forse per vigliaccheria, forse per immaturita’ avevo evitato a mia volta di pensare, non ero riuscito a contenere I suoi sentimenti autodistruttivi, non ero riuscito a rassicurarla e avevo preferito rimanere spettatore passivo, proprio per non provare, a mia volta, un dolore eccessivo. Avevo pensato a lei di tanto in tanto, non riuscendo a provare niente di veramente importante, solamente una reazione di disagio di impotenza e di vaga paura, ma ora che la rivedevo capivo quanto la nostra relazione  era stata importante. Continuavo a guardarla mentre era intenta a stenografare tutto quanto dicevano I nostri dirigenti in quella conferenza. Sembrava cosi’ concentrata ed attenta solo a cio’ che stavano dicendo. Possibile che non si ricordasse di me! Possibile che non mi cercasse con lo sguardo nemmeno per un attimo! D’accordo forse non avevo saputo aiutarla nel momento del suo maggior bisogno, nel momento della gran confusione, ma prima, anche se non avevamo mai parlato molto, ci eravamo capiti lo stesso. Solo lei sapeva prendermi per il giusto verso. Solo lei poteva entrare nella mia stanza riassettare ogni cosa senza criticare il mio disordine. . Tutto cio’ non poteva piacere ad alcuna donna. Quante volte avevo litigato con varie ragazze per il mio problema dell’ordine! Quando ero costretto ad introdurre una segretaria o addirittura una manager nelle mie stanze dicevo loro per buttarla sullo scherzo, che la mia camera era un piccolo magazzino e non un appartamento. Malgrado cio’, la ragazza di solito si scandalizzava  e mi chiedeva come potevo vivere in un posto come quello, mi diceva che non sarebbe stato possibile vivere con me.

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