Una esperienza nel paradiso dei mussulmani.

Oggi dopo le lezioni, io e Guglielmo siamo andati a passeggiare nel giardino della scuola e ci siamo accorti che a destra del giardino, separato da un piccolo muricciolo, c’è il paradiso degli indiani americani che credono nel gran dio Manitù. Sono salito sopra il muretto ed ho visto delle distese infinite di praterie con tanti bisonti che correvano e tanti cavalli liberi. Gli indiani erano seduti in cerchio con le gambe accavallate e fumavano il calumet, la lunga pipa. Avevano delle facce un po’ assenti, quasi sognanti, sembravano impasticcati o fumati. Alla nostra sinistra invece ci siamo accorti che c’era il paradiso dei mussulmani, abbiamo scavalcato la siepe ed il filo spinato che ci divide da loro e ci siamo trovati in un ambiente lussureggiante. Un giardino grandissimo con tanti corsi d’acqua all’interno e numerosi laghetti, la vegetazione era fitta con alberi ad alto fusto dalle foglie verde smeraldo, lucide e quasi splendenti.Non c’erano insetti. Il clima era perfetto, non troppo caldo ed assolutamente non freddo e spirava un fresco venticello. Ci siamo guardati intorno per alcuni minuti e poi le abbiamo viste: sedute vicino ad un ruscello ed appoggiate al tronco di due grandi gaggie c’erano tre giovani vergini, la calda luce della tarda mattinata passava obliqua attraverso i rami e le copriva di screziature di luce e di ombra. Le tre ragazze ridevano tra di loro e stavano facendo una specie di pic nic con frutta tropicale, vini pregiati ed altri cibi che a noi sembravano invitanti. Ci siamo avvicinati immaginando che sarebbero subito corse via. Invece, come ci hanno visti, ci hanno invitato a raggiungerle con dei graziosi gridolini. Erano completamente nude ma non si vergognavano minimamente. Non fingevano nemmeno di essere turbate o scandalizzate e ci invitavano chiaramente a stare con loro. La mia aveva i capelli nerissimi ed era bianca di carnagione, pur essendo alta e certamente non grassa, era molto formosa. “ Come fai a sapere che quella è la tua” Mi chiese Guglielmo. “ Sono cose che si capiscono, sciocchino” risposi cercando di dimostrarmi convinto. Non fu necessario perché dopo qualche secondo anche Guglielmo capì qual era la sua: era una moretta tutto pepe che sembrava sorridere insistentemente solo a lui. “ Possiamo sederci qui con voi “ chiesi con il cuore in gola.” Hi… he….hi…” risposero entusiaste e sorridenti tutte e tre. Forse non ci capivano perfettamente ma si facevano capire. Così io mi sedetti vicino alla mia che battezzai Jamila, lei sembrava contenta e mi si avvicinò ancora di più spontaneamente.Sentii il contatto con la sua pelle morbida e profumata e mi sembrò meraviglioso. Per la prima volta avvertivo il piacere del peccato senza provare la vergogna della colpa, loro non davano alcun segno di vergogna o di timore, di gelosie reciproche o di invidia.

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